Blue Economy a Taranto: perché le startup non bastano (serve un ecosistema)
Di Davide Dal Maso, Ilaria Pais, Lavinia Carrese
Negli ultimi anni abbiamo lavorato spesso a Taranto.
Lo abbiamo fatto soprattutto attraverso FAROS, l’acceleratore della Rete Nazionale CDP Venture Capital dedicato alla Blue Economy. Un programma che sostiene startup impegnate nello sviluppo di soluzioni innovative legate al mare: monitoraggio ambientale, tecnologie per i porti, energie marine, logistica, sostenibilità delle attività marittime.
Il lavoro di un acceleratore è abbastanza chiaro: cercare startup promettenti, accompagnarle nello sviluppo, metterle in relazione con partner industriali e istituzioni, investitori.
In questo senso FAROS ha portato a Taranto team provenienti da tutta Italia e anche dall’estero, creando occasioni di incontro con il tessuto produttivo locale.
Eppure, lavorando sul territorio con continuità, una domanda ha iniziato a emergere con sempre più forza.
Non riguarda solo le startup. Riguarda il territorio.
Portare startup in un luogo è relativamente semplice.
Farle rimanere, crescere è senza dubbio più complesso.
Come fare sì che diventino parte del sistema locale?
È da questa constatazione, abbastanza semplice ma non sempre esplicitata, che è nato l’incontro che abbiamo organizzato a Taranto con attori del territorio: imprese, istituzioni, operatori dell’innovazione, università. Un momento di confronto per provare a guardare la questione da un’altra prospettiva.
CHE COS'È DAVVERO UN ECOSISTEMA DELL'INNOVAZIONE
Durante l’incontro siamo partiti da una domanda apparentemente elementare: che cosa intendiamo davvero quando parliamo di ecosistema dell’innovazione?
Abbiamo utilizzato una metafora che arriva dall’ecologia.
Un ecosistema è l’insieme degli organismi viventi e degli elementi non viventi che interagiscono tra loro creando un sistema dinamico e in equilibrio.
Applicata all’innovazione, questa idea diventa molto concreta.
Un ecosistema non è fatto solo di startup. Dentro ci sono molte componenti diverse: persone, imprese, università, centri di ricerca, comunità professionali, istituzioni pubbliche. Ma anche fattori meno visibili: accesso al capitale, infrastrutture, regole, tempi amministrativi, cultura del rischio.
Quando questi elementi riescono a interagire nel tempo, l’innovazione non è più il risultato di iniziative isolate ma diventa una dinamica collettiva.
Ed è qui che emerge un punto importante: gli ecosistemi non si costruiscono rapidamente. Richiedono tempo, relazioni, fiducia. Richiedono anche un certo grado di sperimentazione e, inevitabilmente, qualche errore.
UNA LEZIONE IMPARATA LAVORANDO SUL CAMPO
Negli anni FAROS ha portato a Taranto startup molto diverse tra loro.
Molte hanno trovato qui interlocutori interessanti: aziende, autorità portuali, partner industriali, istituzioni. In alcuni casi si sono avviate collaborazioni concrete e progetti pilota.
Ma allo stesso tempo ci siamo accorti di una dinamica abbastanza chiara.
Le startup arrivano facilmente.
Radicarsi è molto più difficile.
Se il contesto non offre un sistema di relazioni stabile, opportunità industriali continuative, accesso a competenze e capitali, le startup restano visitatrici temporanee. Passano, sperimentano, collaborano per un periodo e poi si spostano altrove.
Non è un problema solo di Taranto. È una dinamica che si osserva in molti territori che stanno cercando di costruire nuovi percorsi di innovazione.
Ma riconoscerla è importante, perché cambia il modo in cui si guarda al tema.
Forse il punto non è solo attrarre startup.
Forse bisogna lavorare sulle condizioni che permettono alle startup di restare.
L’ECOSISTEMA VISTO DAL NOSTRO PUBBLICO
Per provare a capire meglio la situazione abbiamo coinvolto direttamente i partecipanti all’incontro.
Attraverso un Mentimeter abbiamo chiesto alle persone presenti – imprenditori, operatori dell’innovazione, rappresentanti istituzionali – di contribuire a costruire una prima fotografia dell’ecosistema tarantino.
La domanda era semplice: quali sono i punti di forza, le debolezze, le opportunità e le minacce per lo sviluppo di un ecosistema della Blue Economy?
Punti di forza: sono emersi elementi come la resilienza della comunità locale, la posizione geografica strategica, la presenza di infrastrutture industriali e portuali e la possibilità di sperimentare nuovi modelli di sviluppo.
Fragilità: difficoltà di accesso alle risorse, collegamenti logistici non sempre efficienti, frammentazione sociale e una comunità di investitori ancora limitata.
Opportunità: molti hanno indicato la transizione energetica e la Blue Economy come traiettorie di sviluppo plausibili per il territorio, insieme alla valorizzazione del porto e delle infrastrutture marittime. Linee di finanziamento con il Just Transition Fund rivestono un ruolo molto importante per lo sviluppo trasformativo del territorio.
Minacce: frammentazione tra attori, localismo, resistenza al cambiamento e il rischio – non raro nei processi di trasformazione territoriale – di restare intrappolati tra grandi annunci e poca concretezza.
Una discussione molto diretta, e proprio per questo utile.
RIPENSARE IL RUOLO DELL’INNOVAZIONE NEI TERRITORI
Alla fine della giornata la sensazione era abbastanza chiara. Se vogliamo che l’innovazione legata alla Blue Economy cresca davvero a Taranto, probabilmente bisogna cambiare prospettiva.
Non limitarsi a portare startup, ma lavorare per costruire un contesto in cui le startup possano diventare parte del territorio.
Questo significa mettere in relazione in modo più stabile imprese locali, università, istituzioni, startup, investitori e comunità professionali. Non come attori separati, ma come componenti di un sistema che apprende e si evolve nel tempo.
Per chi lavora nell’accelerazione questo implica anche una piccola evoluzione del ruolo.
Non solo accompagnare startup nello sviluppo del business.
Ma contribuire alla costruzione di quella che potremmo chiamare l’infrastruttura sociale dell’innovazione.
Le relazioni, le reti, i luoghi di confronto che permettono alle idee di trasformarsi in progetti e ai progetti di diventare opportunità reali.
UN LAVORO CHE RICHIEDE TEMPO
L’incontro di Taranto non pretende di offrire soluzioni. È stato un nostro primo tentativo di aprire una conversazione più ampia su come costruire nel tempo un ecosistema della Blue Economy.
Gli ecosistemi non nascono da un singolo evento, né da un singolo progetto. Nascono quando diversi attori iniziano a lavorare insieme con una certa continuità.
Se c’è una cosa che questa esperienza ci ha ricordato è che l’innovazione territoriale non è mai il risultato di un singolo intervento, ma l’esito di un processo di rete e di cura.
E forse il primo passo per costruirla è proprio quello che abbiamo provato a fare: fermarsi un momento, guardare insieme il contesto e chiedersi, con un po’ di realismo e senza troppe retoriche, da dove possiamo davvero ripartire.
